Quella fottuta voglia di essere uno su mille

Nel primo post del mio blog, che difficilmente batterò in termini di qualità ed impatto del messaggio, ho chiesto ai ragazzi di essere folli ed inseguire i propri sogni. Quindi sgobbare e ancora sgobbare, utilizzare ogni giorno per migliorarsi ed accrescere le proprie competenze.
Il problema è che molti di noi nascono eccessivamente ambiziosi…. quelli che VOGLIONO ARRIVARE.
Quelli che non vogliono essere un giornalista, ma IL giornalista anzi il Direttore alla Mentana. Come? Si è dimesso? Pure sto lusso si permette? Beato lui!
Il fatto è che essere folli e l’ambizione molto spesso camminano di pari passo.
L’ambizione è una brutta bestia. Un grande e grosso essere immondo, rosso e cornuto come il peggior Lucifero degli inferni.
Credo che il Diavolo possa essere il primo esempio di quei lavoratori ambiziosi che finiscono male, uno dei più belli e bravi, ma voleva qualcosa di più, ha osato e poi… Game Over.
Se l’ambizione non esistesse, non ci sarebbero i single. Saremmo tutti fidanzati con una qualsiasi persona, bassa o alta, bella o brutta, introversa o estroversa, buona o stronza,  Dolce o Gabbana. Addio uscite tra single e alle uscite di coppia, tutte allegre comitive di fidanzati, una cosa che mette i brividi!

Cantava Gianni Morandi “Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita”.
Cazzo se è dura arrivare… il problema è che ora anche la salita è difficile da trovare! Dobbiamo essere prima dei Tom Tom, poi comincia la battaglia.

Cosa voglio dire? Ma che diavolo di metafore uso?! Mi spiego…  Università, mi piglio un pezzo di carta che dovrebbe agevolarmi, nel mio campo sono il migliore, ho le qualità per essere il miglior giornalista del mondo. Oh yeah!!!! Chi mi assume? “Be guarda, facciamo così… facciamo che per adesso i contributi te li versi tu ed io ti faccio scrivere”.  Qualcuno già bacerebbe a terra nel sentirsi dire questo, poi dobbiamo sperare che si dia un seguito al nostro sacrificio o magari ci mandano al Diavolo (da Lucifero,  il famoso lavoratore subordinato di cui discutevamo sopra) senza che effettivamente conti la qualità di ciò che abbiamo fatto. Perché mai? Suvvia, è colpa della crisi! Questa cazzo di crisi che effettivamente esiste, ma che è diventata la scusa a tutto.
Se piove è colpa della crisi, se la ragazza ci molla è colpa della crisi, se in bagno c’è puzza dopo aver espletato i nostri bisogni è perché abbiamo mangiato cose scadenti per colpa della crisi.
Poi… più strano e bizzarro è ciò che si vuole fare,  minori sono le possibilità di trovare qualcosa.
Noi ragazzi vogliamo solo una fottuta chance. La pretendiamo! Qualcuno deve ripagarci per quelle notti di merda, con il capo tra le mani a chiederci che caspita di fine faremo. E tanti saluti alla cara ambizione, perché spesso ci si deve accontentare.  Si acchiappa ciò che si trova.

NO, NO, NO, NO! Lasciateci sognare, lasciateci la possibilità di essere ambiziosi.
Cumbà Giuanne (trad: illustrissimo signor Morandi),  i tempi sono cambiati! Uno su mille è una percentuale andata a farsi benedire.
Farcela è come trovare l’amore della nostra vita, quindi preferisco la percentuale utilizzata da Alex Britti nella sua canzone: 1 su un milione. Siccome siamo un paese di 61milione di abitanti direi che siamo fregati.
Se poi si pensa che chi ci ha chiesto di essere folli, ovvero Steve Jobs, per diventare ciò che è stato l’ha dovuta mettere nel sedere a più gente di quanta se ne sia fatta Siffredi in anni di onorata carriera,  la cosa dovrebbe scoraggiarci ancor più. Perchè si spera che per ARRIVARE non si debba fottere molta gente, perchè un pizzico di cattiveria nella vita a volte può aiutare,  ma non deve essere essenziale.
Allora cari amici che siete ambiziosi non solo per aver soldi a palate, ma anche per soddisfare il proprio IO, qui non si tratta di essere folli, si tratta di essere proprio dementi.
Allora VIVA i dementi che resistono, che non hanno smesso di sognare.
Non smettete mai di inseguire i vostri sogni,  non datevi MAI per vinti perché “chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te”

Quando a scuola guida tentarono di insegnarmi la vita

Secondo appuntamento con il mio blog e da quel che so il primo post è stato apprezzato. Evidentemente il mix cavolata-serietà funziona!

Oggi, come tutte le domeniche, ho svolto il ruolo di Dirigente Accompagnatore con gli Allievi Regionali del Taranto. Domenica vincente: 3-0. Assegnarmi una squadra di ragazzi del ’96 secondo me è un delitto, perché è come uccidere sul nascere le rosee speranze di questi ragazzi, costretti a seguire un esempio negativo, a seguire un pazzo scatenato. Uhm forse no, sono un esempio giusto…
Forse ne giusto ne sbagliato, ma sicuramente un personaggio lunatico, estroverso e capace di essere introverso un secondo dopo. Perché la vita è seria. Senza troppi giri di parole: se qualcosa mi sta sulle balle te ne accorgi, ma tranquillo non me la prenderò con te senza motivo, a meno che sei tu che mi hai fatto girare le scatole. E non l’hai capito, quindi inutile fare show in alcuni contesti. L’ideale sarebbe dare spiegazioni alla fine delle danze, in modo da poter sputare fuoco, senza limiti caratteriali.

Allora cari miei ragazzi che siete costretti ad avere me come dirigente, ecco il mio consiglio: no al doppi gioco, no alla falsità e MAI tenere tutto dentro perché chi ragiona in questo modo prima, inevitabilmente esplode e quando si esplode sono cazzi, purtroppo anche per voi e non solo per gli altri.

Stooooop! Non vorrei che martedì qualcuno, invogliato da questo messaggio, vada dal Mister a dire: “Mister, lei non mi fa giocare e quindi vada, cortesemente, a cagare”.
In alcuni casi ci sono delle gerarchie da rispettare e comunque non è detto che sia impossibile instaurare un dialogo pacifico capace di migliorare il proprio status.
So che non è facile sottostare al potere di qualcuno. Molti vogliono dominare, governare, schiavizzare, primeggiare in tutte le occasioni e riesce difficile accettare la subordinazione in alcuni campi. Forse perché si è geni folli che odiano limitazioni o forse perché non si accetta che qualcuno faccia privilegiare la sua persona sul proprio carattere, ma le cose devono andare così.
Stessa cosa per me: un giorno arriverò, con i miei schiavetti a venerarmi e servirmi, ma ora sono ancora in partenza.

E mi torna in mente la Scuola Guida e continuando a leggere capirete il perché!
Superati gli esami scritti inevitabilmente arriva il turno di imparare a guidare, con il vostro bel pacchetto di guide con l’istruttore in vista dell’esame pratico. L’istruttore è la perfetta metafora della maggior parte della gente che ruoterà in torno a te, perché un po come l’amico che ti dirà “Non sei tu sbagliato, è lei sbagliata” o “non sei un cesso, sei un bel ragazzo” o ancora “Hai scoreggiato? Davvero? Credevo fosse l’essenza del Arbre Magique “,  l’istruttore è quell’uomo falso e bastardo che ti dirà “Tu sai guidare, devi solo rilassarti alla guida ed essere meno teso” sapendo benissimo che alla guida fai schifo e senza lui a giostrarti i pedali investiresti dalle 50 vecchiette in su al giorno.

Quindi arrivi all’esame convinto di essere il Fernando Alonso di turno alla guida di una Ferrari… e puntualmente fai falsa partenza: durudun! dun! Motore spento… si riparte, dai posso farcela… e si va…
Qualche errore, ma tutto sommato una bella prova di guida, compreso il parcheggio. Una volta parcheggiata la macchina l’esame finisce per il 99% delle persone con il superamento del test e con la patente.  Nell’1% ci sono io,  a cui fu chiesto dopo il parcheggio, essendo l’ultimo ragazzo esaminato, di riportare la macchina nei pressi della scuola guida. La tensione era altissima, avevo paura di fare qualche cavolata proprio alla fine, ma andò bene ed arrivati nei pressi di un semaforo , vedendo vicino alla scuola guida sia parcheggi a spina di pesce che normali, chiesi all’esaminatore come dovessi parcheggiare e lui mi rispose con un dialetto molto polemico “Cumpà. Mitt’l come vue tu a mach’n (traduzione: Egregio signore, parcheggi come meglio credo).
Allorché la discussione proseguì così:
-Gliela metto a spina di giaguaro allora…
-E accom’e stu parcheggie? (E come sarebbe questo parcheggio?)
-Un pò meglio che a cazzo di cane.

Inutile dire che l’istruttrice, che mi ha accompagnato durante la guida con l’esaminatore, scoppiò a ridere ed una volta parcheggiato, prima di darmi la patente l’esaminatore mi disse: Giovane, nella vita devi essere più serio, specialmente quando stonne cristiane chiu grann d te (quando hai a che fare con persone più anziane)… devi portare rispetto e devi sottostare. Po’ quand tinne a patente pue fa quidd ca vue (quando avrai la patente potrai fare quello che vuoi) !’A essere chiù serie”

Appunto, ‘a vite è seria uagnù… e finisce che pure a scuola guida tentino di insegnartela.

Un esordio colto ed un po’ paraculo…

Avendo spiegato abbondantemente chi sono ed il perché di questo blog nella sezione “About me”, voglio battezzare questo blog in grande stile, con qualcosa di colto.
Avevo pensato a qualche frase ad effetto tipo Fabio Volo, del tipo:

“Caddi anche io una volta, mi rialzai da solo e sono convinto che mai più le mie mani toccheranno terra se non per metter le basi per un domani migliore, a terra per le risate, non per dolore” e firmarla William KedSpeare.

Poi mi son reso conto che una frase del genere, messa lì così quasi per caso, avrebbe portato la gente a pensare “Ecco l’ennesimo ragazzo disgraziato e depresso”. L’ultima cosa che vorrei è un esordio da Novello Sucida.

Nonostante questo, credo di essere un gran paraculo…  perché con la scusa delle idee ed il contorno divertente la frase “ad impatto” ve l’ho ficcata lo stesso. A chi piace,  piace! Ok?

Va be, ma il problema rimane… trovare qualcosa di grande impatto culturale…

“Taranto, sol per àncore ed ormeggi assicurar nel ben difeso specchio, di tanta fresca porpora rosseggi? A che, fra San Cataldo e il tuo più vecchio muro che sa Bisanzio ed Aragona, che sa Svevia ed Angiò, tendi l’orecchio? Non balena sul Mar Grande né tuona. Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte gira, e del ferro il tuo Canal rintrona. Passan così le belle navi pronte, per entrar nella darsena sicura, volta la poppa al ionico orizzonte” Gabriele D’Annunzio

E la gente, che non è mai contenta a pensare:
A) Non sono tarantino e di Taranto me ne frega ben poco, con tutto rispetto per D’Annunzio
B) Non ha idee, cita altri….

E allora beccatevi questa storia, scritta da me e già pubblicata in passato su Facebook. L’ho scritta sulla mia pelle, con le mie esperienza di vita, quella di molti ragazzi, quali siete o siete stati… Se poi anche questa storia la reputerete da Novello Sucida, bhè io ho fatto del mio meglio.
Doverosa premessa alla storia: posso capire che il post ora diventerà chilometrico e la storia magari è troppo seriosa quindi VI PROMETTO di non scrivere troppo spesso cose del genere in questo blog ed invece più frequentemente cose e racconti di vita divertenti, ma sappiate che ste cose ogni tanto servono.
‘A vite è seria uagnù!

SAPETE LA STORIA DEL CAPPELLAIO?

In questa storia non c’è nessun Cappellaio Matto nel Paese della Meraviglie e nessuna voglia di plagiare Lewis Carroll. Qui c’è un piccolo ed anonimo paese ed un piccolo negozio dove il protagonista, questo Cappellaio, dà sfogo alla sua creatività: il suo mestiere è quello di creare cappelli adatti ad ogni persona, per renderle felici.
Ed anche il cappellaio era felice… felice di vedere la gente contenta, gioiosa nell’indossare le sue creazioni.

Come ogni domenica il cappellaio chiuse il suo negozio per fare un giro in paese: la domenica è giorno di mercato.
Tra una bancarella e l’altra il cappellaio incontrò  per puro caso una bella giovane ragazza appena trasferita in città con il padre insegnante. Offrì a lei da bere e con suo enorme stupore scoprì che tra le tante cose in comune c’era anche il mestiere. Questa dolce ragazza per impressionare il nostro protagonista creò un cappello studiato appositamente per lui e per la prima volta il cappellaio capì perché la gente era così felice grazie ai suoi cappelli. Era per lui strano, una sensazione nuova, riceverne uno anziché crearlo.
Il cappellaio era felice, lei era felice: inevitabilmente nacque l’amore.

Questa però non è una storia da “C’era una volta”, non sempre i racconti sono favole a lieto fine. Lavoro e amore, ahi noi, non sempre vanno d’accordo…
I due innamorati pur di passare tempo insieme, decisero di unire le due attività, ma  così facendo le cose economicamente non andarono per il meglio. Il paesino era troppo piccolo per due cappellai e così… lei se ne andò.

Nel cappellaio la tristezza oscurò completamente quella reale felicità che aveva lentamente cominciato ad assaporare. Ma il lavoro è lavoro e non c’è tempo per piangersi addosso. Le creatività del cappellaio non ne aveva minimamente risentito, tutti erano ancora pazzi di lui e dei suoi bellissimi cappelli.

Caratterialmente però stava cambiando… aveva assaporato la vera felicità e non gli bastava più quella riflessa. Ogni storia d’amore porta dei cambiamenti nelle persone: pochi restano se stessi…
…Ed infatti quel cappello che lei gli aveva regalato non andava più bene per lui, poiché era disegnata per un uomo diverso, la persona che il cappellaio non era più. Il cappellaio decise così di provare ad ideare un cappello per se stesso. Ne creò tanti, ma nessuno lo soddisfava pienamente.

Ne cambiava uno al giorno, uno in base all’umore.

Una domenica, chiuso il negozio, andò al mercato e lì la vide… Era tornata per salutare il padre, ma non lui perché credeva che rivederlo le avrebbe fatto male e la stessa cosa sarebbe stata per il cappellaio.
Non fu così… perché lei, nella sua imperfezione, era perfetta per quell’uomo che non esisteva più.

Il cappellaio non provò amore per lei e per la prima volta prese coscienza del suo cambiamento.
Tornò a casa e strappò tutti i cappelli che aveva creato, compreso quello che lei gli regalò, mise infine tutti i pezzetti assieme per farne un cappello nuovo, da indossare tutti giorni per ricordare in ogni momento che nessuna cosa al mondo lo avrebbe cambiato ancora.

La gente domandava ogni giorno al cappellaio il perché di quel bizzarro cappello, ma lui preferiva non rispondere. Intuiva però che la gente non apprezzasse più di tanto quello strano e nuovo cappello.

“Perché?” – si domandava piangendo -  “Perché riesco ad ideare ciò che è meglio per gli altri e non capisco cosa veramente va bene a me stesso?“. Quel pianto attirò Lei verso il negozio… si avvicinò al cappellaio, gli diede un bacio sulla guancia e disse “Il problema non è il cappello. Finché non sarai davvero in pace con te stesso dirai che ogni cappello non ti va bene. Il cappello che creai non aveva nulla di speciale, era bello perché chi lo indossava era un uomo felice”


La morale? E’ importante la felicità personale, capire chi siamo e che siamo…
L’amore a volte può diventare una cosa secondaria. Attualmente mi reputo un ragazzo felice, con i miei alti e bassi e questa storia la dedico a chi ha voglia di reagire. L’amore quando finisce può essere una bella batosta,  ma a quel punto rialzarsi dipende solo da noi, passatemi il termine (senza doppi sensi eh) AUTO SUFFICIENTI. Una volta che siam felici  con noi stessi possiamo permetterci di esserlo anche con un’altra persona. Non sono nessuno per dirlo ma… scavate in voi stessi, nei vostri sogni. Detta alla Steve Jobs: siate folli!

KedTaz.

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